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Intervista – Luca Guardabascio – L’amico Speciale

Intervista a cura della contributors Raffaella Iannece Bonora

Cari lettori, in questo giorni  ho avuto il piacere di conoscere ed intervistate Luca Guardabascio, autore di uno degli ultimi libri che ho letto (e recensito per voi): “L’amico speciale”. 

Luca Guardabascio è uno sceneggiatore, regista, autore campano che ha diretto lungometraggi, documentari e show televisivi. Insegna la storia italiana attraverso il cinema in varie università statunitensi, dove ha diretto il pluripremiato docu-film “Andrea Doria: i passeggeri sono in salvo?” ha inventato il  genere Marron – fusione di giallo e noir – e pubblicato dodici libri , fra romanzi e saggi. Un curriculum di tutto rispetto per un artista completo che, partendo dal sud, si è fatto strada nel mondo grazie alla sua bravura, alle sue capacità, alla sua sete di cultura e alla sua curiosità, qualità che gli hanno permesso di non arrendersi mai anche di fronte a situazioni difficili. L’idea per “L’amico speciale” è nata durante il primo viaggio del regista a Palermo, sull’isola per un documentario sull’integrazione. I due protagonisti, Saro e Carmelo, sono la somma delle tante persone conosciute in tutta una vita, i personaggi secondari invece rispecchiano le persone incontrate durante l’avventura sicula. Nel romanzo troviamo la descrizione di una Palermo, come sottolinea l’autore durante la presentazione, in continuo fermento, la città della vera integrazione tra razze, dove il turismo occupa una posizione significativa, il turista porta benessere ma deve amare la città, viverla non solo visitarla. L’amore per il capoluogo siciliano, però, nel cuore di Guardabascio è molto più antico, risale alla terza elementare, a quando conobbe Misha, un ragazzino che saltava sui banchi perchè  era cresciuto in un circo, originario di Palermo. Una mattina di febbraio Misha se ne andò, Luca non lo rincontrò mai più e, per omaggiare un’amicizia speciale, ha creato Caschella, alter ego letterario di Misha. Grazie a Misha, o meglio anche a Misha, il primo luglio del 2000, a soli 25 anni, Luca parte per la Sicilia, parte per realizzare il suo primo documentario, atterra in una regione in crescita, in evoluzione, che si batte per per la legalità. ” Un giovane palermitano di nome Maurizio alla domanda “Come va il lavoro?”, rispose, “Dobbiamo ringraziare tunisini e marocchini che hanno aperto le pizzerie e hanno portato il lavoro ai palermitani”. Questa risposta creò un cortocircuito rispetto al sentire comune e divenne la chiave vincente del nostro documentario”, racconta Luca, ” Palermo era un luogo magico, solidale, in cui tutte le culture trovavano uno spazio per far sentire la propria voce. Grazie alla risposta di Maurizio credo sia nata la voglia di studiare l’antropologia cittadina di quartiere in quartiere, che è stata il primo seme fecondo per la genesi de L’amico speciale”, e aggiunge “non ho mai dimenticato Palermo, quel documentario che mi ha fatto vivere la città per tre lunghi mesi, mi ha fatto amare i vicoli, le persone, le facce, le abitudini, il cibo e la malinconia di un luogo sospeso tra benessere e povertà. Un esempio unico di melting pot dove chiunque può sentirsi un tassello importante per lo sviluppo sociale e culturale. Sono passati circa vent’anni dalla mia prima infatuazione per la città e ricordo anche la sera esatta in cui ho incontrato i giovani protagonisti del mio romanzo. Era la vigilia del festino di Santa Rosalia e il regista palermitano Paolo Iraci mi accompagnò di notte presso la cattedrale Santa Vergine Maria Assunta in Cielo, un gioiello architettonico che racchiude in sé millenni di storia. Mi mancò il respiro e il cuore mi salì in gola quando scoprii tanta meraviglia racchiusa in un unico monumento. Ricordo alcuni turisti americani passeggiare in tondo e poi in fondo due ragazzi sui dieci anni correre verso i Quattro Canti. Uno dei due faceva gocciolare il suo gelato alla stracciatella sull’asfalto. Noi decidemmo di filmare quelle macchie sul catrame e quei ragazzini dalle magliette a righe che si perdevano nella notte. Nella mia fantasia quelle figure sono sempre state Saro e Carmelo, i protagonisti dell’Amico speciale. Sono tornato a Palermo molte volte ma solo nel dicembre del 2006, in un appartamento in Piazza delle Galline, ho iniziato ad abbozzare il plot e a scrivere i primi capitoli.Volevo che L’amico speciale fosse un romanzo verosimile e il 60% dei protagonisti e delle storie che racconto li ho visti e le ho vissute davvero”. Ma alla fine, il Misha che dobbiamo ringraziare per “L’amico speciale”, che fine ha fatto? Scherzo del destino Luca è riuscito a ritrovarlo grazie ai social, oggi vive in Francia, insegna giocoleria, ricorda ancora le favole di Luca e… non è di Palermo! Del resto con il lavoro della sua famiglia, potrebbe essere nato ovunque, ma allora perchè scegliere Palermo? ” Non mi ricordo, penso perché mi piacesse molto e poi ognuno si sceglie una città per nascere o rinascere”, ha risposto al suo amico. 

Due amici speciali, uno dei due conosciamolo un po’ più da vicino.

– Ti abbiamo conosciuto soprattutto come regista, oggi incontriamo un Luca scrittore, autore di numerosi libri di successo, però per te chi è Luca?

Mi definisco uno scrittore perché ho talmente tante storie in testa che devono uscire che non so neanche cosa significhi il “blocco dello scrittore”. Io mi siedo e scrivo, tutti i giorni, sempre. Mi definisco scrittore perché prima del regista viene, appunto, il lavoro di scrittura, prima della realizzazione di un film bisogna creare la sceneggiatura. Il cinema è un lavoro importante e impegnativo che coinvolge molte persone ma, siccome io non ho una mentalità “fascista”, da regista mi dispiace dover trattare male chi lavora con me quando qualcosa non va, come scrittore invece sono da solo, se commetto qualche errore posso prendermela solo con me stesso anche se accade raramente, di solito cerco di correggermi subito, del resto ho iniziato a scrivere prestissimo, avevo sei anni, oggi vivo la scrittura anche come lettore. Quindi Luca Guardabascio è principalmente uno scrittore e un lettore, poi un regista.

– Sei anni, ricordi ancora la prima storia messa su carta?

Si, era un racconto fantastico, “Federica e il pastore”, parlava di una ragazzina alla quale si ammala il padre e, per farlo guarire, si inoltra nel bosco dove incontra un mago che le dice che per far guarire l’uomo lei dovrà superare tre prove, le prime due non le ricordo ma la terza era quella di strappare una piuma all’Uccello del Paradiso. La scrissi nel febbraio del 1982, conservo ancora il diario sulla quale fu scritta, è stata la prima di tante favole che poi la maestra Lina Lamberti raccolse in un volume.

– Nei tuoi libri, ne abbiamo un esempio in “Pietre sull’Oceano”, “Ancora un’estate, un’estate ancora” e adesso ne “L’amico speciale” il denominatore comune è l’amicizia, l’infanzia, la crescita. Quando c’è di autobiografico nei tuoi personaggi, nei tuoi racconti? 

C’è tantissimo di autobiografico. Due libri con i quali sono cresciuto, che me li sognavo anche di notte, sono “Cuore” di De Amicis e “Le avventure di Pinocchio” di Collodi, storie per me fondamentali. Nei miei racconti io aggiungo una religiosità che, invece, in Collodi e De Amicis non troviamo in quanto figli dell’unità d’Italia, un’Italia anticlericale, di fatto nel libro Cuore non viene mai nominata la religione, così come in Collodi, anche se le figure di Geppetto, Pinocchio e la Fata Turchina ricordano Giuseppe, Gesù e la Madonna. Quindi, quando scrivo, mi baso sulle mie letture d’infanzia e, ancor di più, sulla mia vita. La mia vita è stata ricca di sfaccettature, sono cresciuto in un ambiente medio borghese, i miei erano professori e, data l’epoca, la mia era una famiglia benestante ma sono cresciuto anche per strada, ho frequentato tutti i tipi di persone, quelle per bene e quelle meno e andavo d’accordo con tutti, come quando si gioca a pallone. Le esperienze che ho fatto con il calcio, le amicizie di quel periodo me le porto ancora nel cuore perché, grazie al pallone, sono entrato in contesti particolari. Quindi, tornando a noi, si, c’è molto di autobiografico nei miei libri.

– Che tipo di lettore sei? Quando sei a casa, in vacanza, sul divano del salotto, che libri scegli? 

I libri belli. Un libro che mi è piaciuto tanto ultimamente è 22/11/’63 di Stephen King, sull’omicidio Kennedy, letto due volte perchè mi ha davvero preso, scritto benissimo. Mi piace, poi, la letteratura afroamericana, Richard Wright, “Il colore viola” è un libro che ho amato tantissimo. Mi piace la letteratura che parla di contesti marginali, sono un socialista ma non politico, più alla San Francesco. Sono per il popolo, per la gente che soffre, soltanto da quelle persone nascono storie. Non mi piacciono le vicende borghesi, a meno che non sia Stephen King o Andrea Camilleri a scriverle, ma preferisco le storie piccole che parlano di contesti particolari, difficili. Grazie al mio lavoro ho conosciuto tutti i sud del mondo, ho viaggiato, ho visto delle realtà difficili e mi piace la letteratura che si dedica a quelle realtà, che racconta con maestria quella sofferenza.

 E, infine, i tuoi progetti per il futuro? 

Come regista stiamo ultimando un film che parla della violenza sulle donne, “Credo in un solo padre” con Giordano Petri, Anna Marcello, Massimo Bonetti, Flavio Bucci, Francesco Baccini, Donatella Pompadour, Anna Rita Del Piano, Lucia Bendia, Jonis Bascir, Luca Lionello…progetto di ampio respiro, l’abbiamo iscritto a dei festival importanti e ha avuto il riconoscimento come Film di Interesse Nazionale e Culturale, sarà nelle sale ad ottobre. Come autore, invece, sto scrivendo un nuovo libro, “Armerikkka” sull’uso scriteriato che gli americani fanno delle armi da fuoco. Ambientata negli Stati Uniti, è la storia di un ragazzo afroamericano di quattordici anni, adottato da una famiglia tedesca di seconda generazione, gli americani vivono un po’ questo senso di colpa e sentono di dover di far del bene. Quando questo ragazzino assiste ad un omicidio, un poliziotto che ammazza un afroamericano, e scopre che quel ragazzo è suo fratello biologico, va in cortocircuito. Speriamo sia il prossimo edito dalla Newton Compton. 

Conoscere Luca è stata una fortuna e un onore, un onore perché non si incontrano artisti così talentuosi tutti i giorni, ma ancor prima un piacere perché nelle parole, negli atteggiamenti, nel carattere di Luca ritroviamo quel ragazzo umile del Sud, un gran sorriso con il quale sembra voler abbracciare chiunque incontri, una semplicità che coglie piacevolmente di sorpresa, abituati come siamo ad una freddezza quasi contagiosa. Ho partecipato, negli anni, a varie presentazioni ma la sua è stata una delle più belle alle quali ho preso parte, di quelle che spingono anche i non lettori a leggere, principalmente perché il libro stesso, oltre all’autore, è interessante. De “L’amico speciale” posso dire che impasta la realtà sicula insieme ad una trama avvincente, c’è storia, c’è suspense, si ride e si trattiene il fiato fino all’ultimo capoverso, l’autore ha avuto la capacità di creare un’unica lingua dove l’italiano sposa il siciliano, una grande visione del mondo, quella degli ultimi, quella dei primi, quella di due bambini, Saro che vorrebbe fare il poliziotto ma troppo presto il mondo gli presenta il conto e Carmelo, un ragazzino con la sindrome di down che ci apre la finestra del suo universo, un universo nel quale la letteratura poche volte si è fatta strada. Tra i vicoli di una Palermo tutta da scoprire, che non è il capoluogo turistico da cartolina alla quale siamo abituati, due bambini diventeranno uomini. Una storia, quella de “L’amico speciale”, che non può non essere letta, un autore, Luca Guardabascio, che ci offre la guida turistica dei sentimenti umani, delle classi sociali, una lente di ingrandimento su un mondo troppo spesso dimenticato.

Raffaella Iannece Bonora

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